La saga di Panopticon è pubblicata da Robin Edizioni – Biblioteca del Vascello https://www.robinedizioni.it/
Panopticon – Immagini
Le immagini di Panopticon sono state realizzate da Illari Reda che ha ricavato dai testi del libro queste elaborazioni utilizzando la Intelligenza Artificiale filtrata e governata dalla sua sensibilità. Illari è stata anche la prima lettrice dei testi e il suo giudizio e sostegno hanno permesso al racconto di giungere ad un finale.
L’Osservatore – Immagine di i.reda – incipit capitolo 1 di r.belluati
“Inutile che vi chiediate chi sono e come sia fatto, essere come me non vi piacerebbe, a nessuno piace essere sociopatico. Vivo una vita come tutti, fatta essenzialmente di merda, con la sola differenza che io ne sono perfettamente conscio. Non amo la vita reale, tanto meno apprezzo quella irreale del web, non sono social, provo un colmo di pietà per i messaggi farciti di emoticon, per i selfie e per le esternazioni inutili su momenti di vita raccapriccianti, come le foto delle vacanze o in costume al bordo di una piscina. Potessi, distruggerei il mondo, il vostro mondo, farei del male gratuitamente, coprirei di vergogna chiunque possa ricoprire. E, credetemi, tutti avete segreti che, se svelati, vi coprirebbero di vergogna.
Sono vivo sebbene mai nato, ho vissuto sebbene non stia affatto vivendo e non datemi il vomito con i vostri “cosa hai detto?”, tanto a nessuno importa veramente degli altri, nessuno prova la minima empatia per me. Ho il potere di entrare nei vostri segreti, a odorare le vostre perversioni più nascoste, ad elettrizzarmi quando percepite che vi sto osservando, come una presenza fredda e ostile che spia i vostri momenti più intimi”
Cercare Panopticon sul dark web fu una impresa abbastanza semplice ed ebbi l’impressione che fosse questa entità misteriosa a cercare me. Scoprii che in fondo in fondo era un’applicazione che non richiedeva troppo al mio computer per essere installata. Ovviamente c’era in me un senso di preoccupazione ed angoscia, vista la facilità con cui Erinues aveva preso il controllo di tutti i miei canali di comunicazione e di gestione della mia vita. Mi fermai molte volte poco prima di avviare l’installazione di quella che sembrava una trappola per topi nella quale mi stavo ficcando dentro. Odio qualsiasi cosa che cambi la mia routine. Sono fatto così, tutto deve essere pianificato e realizzato a puntino e le derive da quel che deve succedere mi buttano fuori di testa. Il fatto che qualcuno avesse preso facilmente il controllo di tutto ciò che era mio mi tramortiva e, nello stesso tempo, il fatto che non ne avesse praticamente approfittato ma avesse solo gettato l’amo, mi rendeva ancor più paranoico
Anja mi aveva trovato un nascondiglio. Per me era stato facile buttare tutto a mare, liberarmi di una vita che non amavo: lasciare la casa, il lavoro e finire in un piccolo appartamento in una megastruttura di case popolari che chiamavano l’Alveare. Era stato facile diventare un fantasma.
«Evita nel modo più assoluto di avere contatti umani, non utilizzare in alcun modo internet, il cellulare, le carte di credito e i bancomat e viaggia sempre a testa bassa per sfuggire allo sguardo vigile delle telecamere»
Mi aveva detto Anja ed io che sono sempre stato un campione nell’estraniarmi dagli altri, mi adeguai perfettamente sebbene fossi consapevole di quanto fosse aleatorio, di come sarebbe bastato un solo errore per finire in una fossa da qualche parte.
Di nuovo dentro Panopticon! Pensando a lei, a lei sdraiata sull’erba in campagna, lei che leggeva assorta in cucina, lei che beveva con me. Coricata dietro in macchina. Lei felice sotto il sole, al mare. Lei che mi faceva sentire come Uno, come il suo Uno. Ricordi, mescolati e confusi, abbaglianti come il riverbero del sole. Adesso ero qui. In una realtà che non comprendevo. Violenza. Futuro. Vendetta.
L’uomo topo sorrise mentre con le sue lunghe, sporche unghie si grattava via pezzi di pelle dalle mani.
“l’acqua scende libera dalla sorgente e la puoi trovare nelle fresche lame dove fare il bagno e nelle cascate rumorose che ti commuovono con la loro bellezza, ma quando raggiunge le città degli uomini raccoglie quanto di più sporco tu possa immaginare e tutto ciò insieme raggiunge il mare lentamente. nessuno ha le chiavi per bloccare questo costante fluire, nessuno può pensare che l’uomo non sporchi la meravigliosa bellezza della natura”
Anja scomparve in una nuvola di petali dai mille colori lasciandomi attonito a guardarli cadere ad uno ad uno fino a formare una coltre policromatica. Una brezza leggera e profumata circondava il mio essere. Mi sentivo svuotato, come se tutte le convinzioni e i preconcetti che mi avevano sempre animato fossero scivolati via da me. Raccolsi qualche petalo e mi accorsi che in esso era contenuto un momento, un ricordo di lei che tanto insignificante era stato, quanto ormai era prezioso e perduto.
Alzai lo sguardo e lo scenario era di struggente bellezza: un cielo infiammato dal tramonto e il profilo di dolci colli a segnare l’oscurità avanzante. C’era un angelo che era illuminato dal sole al tramonto e stava indicando una via: la via per la gioia.
“mi ha lasciato per sempre”
Solo chi ha perduto un proprio caro può capire quel momento: rimasi a lungo fermo senza pensieri e poi, provando un dolore silenzioso come un guscio svuotato, uscii da quel mondo.
Ero dentro Panopticon, davanti alla stanza 17. Una stanza semplice. Un tavolo, quattro sedie. Piatti in parte nel lavabo, in parte sul tavolo. Bicchieri, uno mezzo pieno. Pastiglie in ordine sparso sulla tovaglia. Fuori un mare immoto, un cielo azzurro e nubi bianche come panna montata. Tranne me, nessuno. Mi sedetti su una sedia vicina alla finestra ad osservare la montagna di piatti da lavare. Mi sentivo spossato, non certissimo di essere cosciente, come se la mia carne si stesse cristallizzando in quell’oceano che ora avvertivo essere di freddo azoto, permettendo ai miei pensieri di viaggiare veloci, come impulsi elettrici in un superconduttore
La mamma di Anja e Anna – immagine di i. reda – capitolo 2
“Ho visto il mare, ho visto il cielo affondare nelle onde lontane. Ho visto me stessa volare e ora posso volare. Sono seduta sulla riva, sorella cara e mi stupisco che possa esistere così tanta libertà. Posso volare sorellina e non provare più dolore, estranea a tutto e a tutti. Non provo più amore, non posso più provarne, ma sento il mio cuore pervaso dalla compassione per questo mondo così sofferente. dimmi come stai, ma non dirmi che soffri. Ti bacio. La tua amata sorella”.
Questa mail era collegata a un globo di luce molto intenso: la sorella che, a sua volta, era collegata ad un grandissimo numero di globi, molti in comune con Anja
“mostrami mamma di Anja e Anna”
Therese – immagine i. reda – capitolo 5 – r.belluati/a.strona
La Therese che mi venne mostrata nel secondo faldone non era effettivamente mai stata come gli altri fin dalla tenera età: infatti molto precocemente aveva capito che la cosa che le dava più piacere al mondo non era l’abbraccio della mamma né la sicurezza che le dava il papà, no, ciò che le dava realmente piacere era l’altrui sofferenza. Ciò che l’ingenuo bisogno di credere nell’altrui bontà da parte della maggior parte degli esseri umani aveva portato a credere che fosse compassione era in realtà un piacere quasi carnale che provava fin da piccolissima nel dolore altrui e il sorriso beato che riusciva a calmare anche i pianti più isterici, non era altro che l’effetto collaterale di una sorta di orgasmo cerebrale. Stavo esaminando il rapporto di uno Psichiatra di Mosca che l’ebbe in cura quando i genitori si accorsero degli istinti sadici della bambina.
Ladri di carote – immagine di i.reda capitolo 6 – r.belluati
“questa è la leggenda di Mizzy e Tunkey che furono amanti e fecero il gran salto. il vecchio Chardley desiderò Mizzy, mentre lei amava Tunkey”
Le due figure si avvicinarono e mi raccontarono la loro storia:
“purtroppo, io ero schiava come lo era pure il mio amore e allora per il vecchio padrone bianco fu facile pensare di venderlo ad un’altra tenuta. però il nostro amore era così tanto forte che mai avremmo accettato la separazione, meno che meno il destino che per noi il vecchio Chardley stava immaginando. così in una sera che la luna era grande come il cielo fuggimmo mano nella mano. ci inseguirono uomini a cavallo e i loro cani fino all’orlo di un’alta scogliera. sentivamo le onde dell’oceano spezzarsi contro gli scogli taglienti, sentivamo i latrati dei cani e le urla degli uomini a cavallo. «niente è più forte dell’amore nemmeno il destino» ci dicemmo. così di fronte al vecchio Chardley ci baciammo e saltammo nell’abisso. il vecchio padrone bianco guardò i nostri corpi sfracellati e sballottati dalle onde ed esclamò: «così muoiono i ladri di carote».
e da allora fummo noti come ladri di carote.”
Fra le stanze – immagine i.reda – capitolo 14 – r. belluati
. Entrai in Panopticon ben sapendo che in quel medesimo istante sia Lilith che Erinues avrebbero saputo che lo stavo facendo. Ritrovai l’ambiente virtuale cui mi ero abituato e la grande stanza con la serie di porte che tappezzavano le pareti dell’immensa torre. Salii di parecchi livelli fino a raggiungere la stanza 57, un numero che mi era indifferente.
Indifferente? Era un numero primo, quindi aveva già una sua specialità.
Entrai.
Dentro era buio e l’aria aveva un qualcosa di appiccicoso, ma poteva un supereroe come me indietreggiare?
Nel buio avvertivo una presenza, che si alimentava della mia paura e diventava ogni istante più forte. Fui attraversato dall’impulso di uscire e per non farlo feci ricorso a tutto il mio coraggio. Su un lato della stanza si intravvedevano delle finestre velate da pesanti tendaggi e urtando contro cose che non sapevo definire mi diressi verso di loro. Quando le raggiunsi mi fermai bloccato da un terrore improvviso: cosa avrei visto nella stanza una volta che avessi spostato la tenda e come si sarebbe comportata la presenza che avvertivo, di cui sentivo lo sguardo piantato sulla nuca? Rimasi fermo ad ascoltare il silenzio. In fondo alla stanza dietro a una porta da cui filtrava un filo di luce si rivelava la presenza di un secondo locale. Si udivano voci sommesse, quasi impercettibili, rivelando la presenza di almeno due persone. Mi avvicinai alla porta che era appena accostata e sbirciai: la stanza era illuminata con luci al neon molto vivide e potei intravedere un uomo dalla carnagione scura e i capelli ondulati, grigi, dai tratti vagamente africani e un’altra una figura imponente, spigolosa, dai capelli corti biondi. Dal mio punto di osservazione non potevo dire se si trattasse di un uomo, in quel caso decisamente femmineo nei tratti o una donna, che avrei definito come mascolina. I due stavano lavorando al computer e avrei giurato, osservando la grafica, che si trattasse di una versione di Panopticon meno evoluta.
il guru – immagine di i.reda – capitolo 15 – r.belluati (da una idea di a.strona)
Adorava le menti deboli, erano una palestra per affinare le sue doti di manipolatore e un campo di prova dove testare varie tecniche di controllo, i suoi sistemi diventavano via via sempre più estremi dove la costrizione e la tortura la facevano da padroni. Scoprimmo che queste sue attività sadiche vennero smascherate dalla polizia e la sua carriera sembrò aver trovato un intoppo quando, improvvisamente tutto venne derubricato e il nostro Guru dimenticato.
Lilith – immagine di i. reda – capitolo 16 – r. belluati
Stavo tagliando le connessioni con quello che ero e potevo trovare la luce di un sole che tramontava mai, che mi lasciava essere quel che volevo essere, mi sentii come Tiresia: urlavo come un uomo e donavo come una donna. Il luogo cambiò in un altro ed ero giunto alla fine della mia vita, cosa che era sempre stata dentro ai miei desideri.
lilith – immagine i. reda – capitolo 16 – r. belluati
Guardai il cielo, un cielo di un nebbioso che sembrava seta e quando tornai a cercare il suo sguardo, Lilith era scomparsa. Camminai verso la porta, seguendo sentieri ombreggiati da splendidi alberi colmi di frutti, circondato da farfalle gialle e libellule blu. Fischiettavo camminando con le mani in tasca, osservando un mondo che non esisteva sebbene lo sentissi mio e fossi completamente parte della sua intima essenza. Sapevo perfettamente che il mondo reale sarebbe stato molto più crudele e ostile di quello, ormai sapevo che ci saremmo giocati la vita e molto più di quello. Giunto alla porta, girai lo sguardo dietro alle mie spalle, conscio di lasciare qui la mia gioia e guardai con gli occhi quella meraviglia. In silenzio ammirai la via per la gioia che si perdeva fino all’orizzonte.
Il carcere – immagine di i.reda – capitolo 20 – r. belluati
Anja si sentì come in caduta libera quasi che d’improvviso una voragine si fosse aperta sotto ai suoi piedi: un misto di sensazioni terrificanti la portarono quasi al limite della pazzia. Cercò di toccare quel volto ma le corde le provocarono un forte dolore ai polsi, dolore che le portò un po’ di stabilità.
«Sei tu!»
Foxtrot si avvicinò ulteriormente fino a sfiorare il volto della ragazza
Il cimitero – immagine i.reda – capitolo 22 – r. belluati
La porta dava su un giardino ed era il giardino dell’Eden. Alberi e fiori e un arcobaleno che indirizzava all’orizzonte. Avessi desiderato il paradiso, questo era quello che volevo, questo era quello che cercavo, senza dubbio questa era la via per la gioia. Addentrandomi in quella bellezza, animali e fiori accarezzavano la mia mente e non mi stancavo di stupirmi, i miei occhi si dilatavano per accogliere quell’incanto, esprimevano lo stupore e la meraviglia. Camminavo nella gioia con le mani in tasca, spensierato, fischiettando come un uomo spensierato che spinge il suo tagliaerba in una giornata di primavera.